Bruno, il bambino che imparò a volare

Agli annali, nonché nella memoria di noi lettori distratti del secondo decennio degli anni duemila, di Bruno Schulz è rimasto troppo poco: due raccolte di racconti – Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra – illustrazioni, disegni, schizzi e un’opera incompleta intitolata Il messia, mai finita e andata perduta. Michele Mari, nel romanzo Tutto il ferro della torre Eiffel, ricorda che uno degli amici di Schulz, il grande scrittore polacco Witold Gombrowicz, “aveva due modi per descriverlo uno affettuoso e uno crudele: secondo il primo Schulz era «minuto, bizzarro, chimerico, assorto, teso, quasi bruciante»; secondo l’altro era uno «gnomo dalla testa enorme»”. Un bambino dalla testa enorme, per l’appunto. Ed è esattamente così che gli splendidi disegni di Ofra Amit lo ritraggono nelle pagine che compongono Bruno, il bambino che imparò a volare questo piccolo tributo scritto da Nadia Terranova e edito da Orecchio Acerbo. Un tributo che ha il merito di riacciuffare Bruno Schulz dal pigro oblio a cui la maggior parte di noi lo ha condannato, un oblio terribilmente simile alla sua morte assurda. Permettetemi di tornare, una seconda volta, tra le pagine di Tutto il ferro della torre Eiffel: esattamente a pagina 121, nel punto in cui Mari si immagina che una sera di dicembre del 1936 uno…

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