I quaderni in ottavo di Kafka, resoconti di battaglie di parole e di silenzi significativi

C’è un Franz Kafka noto ai più, è il creatore della tensione monumentale de “Il Processo”, dell’angoscia distillata de “Il Castello”, uno dei pochi che ha saputo affrontare il difficile argomento della Metamorfosi producendo un capolavoro capace allo stesso tempo di rivaleggiare con le elaborazioni classiche (Ovidio docet) e di illustrare il dramma della moderna condizione di lacerazione dell’Io, spina, sfida e languore del XX° secolo. Il Kafka dell’estrema oppressione burocratica trasfigurata in scenari da incubo, e il timido e a volte ardito amante delle “Lettere a Milena” . Due volti ai quali si aggiunge un terzo, figlio di entrambi, ma più vicino al secondo, è proprio a quest’uomo che appartengono i “Cahiers in-octavo”. Una pubblicazione recente, tradotta dal tedesco al francese a cura di Pierre Deshusses e pubblicata nel 2009 da Payot et Rivagese, che restituisce i pensieri dello scrittore catturati tra il 1916 e il 1918 , pochi anni prima della morte prematura avvenuta nel 1924 e custoditi in origine all’interno di piccoli quaderni blu, dal formato che ci suona ormai così atipico e che, fino a qualche decennio fa, non lo era poi così tanto. Sono scrigni incrostati di emozione, che scavano nella testa dello scrittore restituendo alle riflessioni la loro fragile dimensione originale snaturata da un&#…

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