"Il Mondo alla fine del Mondo" di Luis Sepùlveda

Quella notte, ancorati all’ingresso dello Stretto Baker, non riuscii ad addormentarmi. Mi tornavano alla memoria tutte le storie di mare che ho letto nella mia vita, e si confondevano con il racconto del capitano Nilssen. Ben imbacuccato salii in coperta. Il capriccioso inverno australe mi offriva una notte incomparabile. Le migliaia di stelle sembravano a portata di mano, e la vista della Croce del Sud, che indicava i confini polari, mi colmò di emozione, di una forza e di una sicurezza sconosciute. Finalmente anch’io sentivo di appartenere a qualche luogo. Finalmente sentivo quel richiamo, più potente dell’invito della tribù, che uno ascolta o crede di ascoltare, o s’inventa come palliativo alla solitudine. Là, in quel mare sereno ma mai calmo, su quella bestia silenziosa che tendeva i muscoli preparandosi all’abbraccio polare, sotto le migliaia di stelle che testimoniavano la fragile ed effimera esistenza umana, seppi finalmente che appartenevo a quei luoghi, e che se anche fossi mancato, avrei portato con me per sempre quella pace terribile e violenta, precorritrice di tutti i miracoli e di tutte le catastrofi. Quella notte, seduto sul ponte del Finisterre, piansi senza rendermene conto. E non per quanto era accaduto alle balene. Piansi perché ero di nuovo a casa. E’ una storia di corsi e ricorsi quella scelta da Sepùlveda , di mitici vascelli e di balene nascoste nelle insenature segrete del fondo del mondo. E’ una vicenda di lotte ecologiste sulla scia di Greenpeace , tra Amburgo e il Cile, inseguendo la Nishin Maru, una baleniera giapponese dallo sporco passato e un capitano dagli scrupoli inesistenti. Una ragazza volenterosa

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