Io non ci volevo venire qui, di Angelo Orlando Meloni

Diciamocelo sinceramente. Chi nel proprio intimo non ha mai desiderato di fare l’artista? O meglio quanti di noi, una o più volte nella vita, non hanno avvertito il sacro slancio che confonde le pratiche quotidiane con l’atto creativo di qualcosa che rimarrà nel ricordo dei posteri. Perché “…l’arte ti vuole con sè e alle vocazioni si deve rispondere, non puoi nasconderti dietro un dito, anche perché ti sporcheresti”. Il talento artistico non ha bisogno dell’approvazione della fama per potersi esprimere. Esiste nella testa dell’aspirante scrittore, musicista, pittore, cabarettista, attore. E’ questa la contraddizione che Angelo Orlando Meloni indaga, ironicamente, tra citazioni pop, divagazioni musicali ed episodi al limite dell’inverosimile. La bellezza di questo romanzo di (de)formazione sta proprio nell’oscillazione tra formazione popolare e aspirazioni artistiche, più o meno convinte. Nella tensione tra quel che “avrei voluto essere” e l’accettazione della realtà. La narrazione sarcastica e frizzante dà il meglio di sé nella prima parte del romanzo-autobiografia dove la pretesa letteraria si libera delle costrizioni narrative e lascia il posto a episodi e situazioni divertenti. E sono diverse le circostanze in cui chiunque potrebbe rileggersi. “Chi ammetterebbe di aver passato più tempo al Museo del sesso di Amsterdam che in quello di Van

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