L’apprendista stregone, di Mario Quintana

Se morissi domani, lascerei solo, solo Un carillon Una bussola Una mappa illustrata Delle poesie colme della bellezza unica Di essere incomplete Il mistero è un angelo “di Pietra che è sempre immobile dietro ogni cosa / Nel centro delle sale da ballo, tra il fragole delle battaglie, nei comizi pubblici di piazza – /Nei cui occhi senza pupille, bianchi e immobili/Nulla del mondo si riflette” (Jazz). Trovo che sia questo il paesaggio nascosto dietro i versi de L’apprendista stregone , quinto libro del brasiliano Mario de Quintana che, pubblicato nel 1950 da Fronteira de Porto Alegre, già allora pur nelle sue contenute dimensioni ebbe grande risonanza in ambito letterario, come ci informa Natale Fioretto nella prefazione, spiegandoci anche il senso del titolo. “Nell’antica Persia” infatti, “il mago, per la straordinaria inventività del suo ingegno visionario era considerato in grado di “amplificare” la realtà, di trasformarla e, infine, di purificarla”, come a modo suo fa il poeta. Il mio consiglio è di leggere questa raccolta, in prima lettura, d’un fiato, e poi di snocciolare lentamente, con salti fra le pagine, le frasi rimaste impigliate nella mente durante la prima “traversata” di questi versi. Per quanto mi riguarda, è stato come avere fra le mani l’esplosione di un microuniverso, e poi tornare sulle sue tracce per ricostruirne i frammenti e ricostruirlo a modo mio. Per …

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L’apprendista stregone, di Mario Quintana

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