Premio Bagutta 2012. Il bene che viene dai morti, di Giovanni Mariotti

Bruna taceva. Sul fondo della corriera le sue coetanee, operaie come lei, scherzavano, cantavano, facevano gazzarra; lei fissava il buio, il vuoto. Credo che il pensiero di non valere, di essere una creatura insignificante, l’avesse lesa come una spina penetrata in profondità che nessuno avrebbe potuto estirpare, nemmeno continuando a frugare dolorosamente con la punta di un ago di carne viva. Atmosfera da “Notti bianche” all’italiana in questo Il bene che viene dai morti , vincitore del premio Bagutta 2012, firmato da Giovanni Mariotti. Storia di un amore appena intravisto e mai consumato neanche a parole. Amore tessuto di silenzi, e non è forse la condivisione del silenzio la forma più alta di intimità?; amore che avrà un epilogo inatteso per il protagonista maschile, viaggiatore in un anonimo pullman come la sua silenziosa, immancabile, compagna di viaggio, sullo sfondo della Viareggio anni ‘50. Lui studente di 20 anni, lei operaia di 16, due passeggeri in corriera, senza vergogna per i propri silenzi come solo i giovani sanno essere, silenziosi appunto eppure ogni giorno misteriosamente vicini, non fosse altro per la scelta di scegliere sempre lo stesso posto, l’una accanto all’altro. Sogni paralleli, quelli che scorrono per ognuno di loro nella visuale fuori dal finestrino. Due giovani invisibili fra la “truppa di ombre indecise rannicchiate nelle trincee dietro gli schienali; in rotta tra gli andratti dei sedili come la sera di una disfatta”, i cui sogni avranno due epiloghi opposti. Eppure, quando ormai resta solo il ricordo di quel che (non) è stato, è ancora possibile che ci sorprenda, nonostante l’assenza, il “bene che viene dai morti”, quell’insieme di piccole fortune che coloro che non ci sono più

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