Sul margine del vuoto: intervista a Luigi Pingitore

Primo giorno d’estate in compagnia di uno scrittore napoletano. Ci ho messo quasi un mese a “tirar fuori” questa intervista. Lunghe settimane nelle quali il “ritorno al Sud” si è lentamente sfocato e le parole di Luigi Pingitore , incontrato in un caffè di Piazza Bellini , durante una sonnacchiosa mattina di un sabato partenopeo di metà maggio, hanno macerato a lungo nel mio stomaco. Il loro sorgere è stato lungo e violento, sordido ed accecato, come la bellezza dalla quale provengono, come l’eccesso di incanto che attanaglia la gola dei protagonisti del suo romanzo, che mi hanno inesorabilmente condotto al loro autore, ben oltre i caratteri stampati. E’ nel dialogo che certi nodi si sono chiariti, nell’ombra che i graffiti sull’asfalto hanno assunto nuova forma. Ciò che segue non ha la tradizionale struttura del “botta e risposta”, è una riproduzione imperfetta, che procede per temi, e forse proprio per questo motivo, più fedele alle suggestioni che son venute fuori nel corso dell’incontro. Un violento apprendistato in “tenera età”. Credo che i veri anni formativi siano quelli che vanno dai venti ai venticinque, un periodo fatto di autentica creazione, nel quale esiste come una specie di interna comunicazione diretta con i sogni. Poi ci si plasma sempre meno perché è la nostra capacità di stupirci che si offusca. Sì, vengono altre cose, quelle celebrate da molti, vengono saggezza, maturità e ponderazione. Ma lo stupore… è un’eco che resta sempre più debole nelle orecchie… Qualche punto di …

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