Shakira – Something

Shakira

Si tratta della cantante colombiana più conosciuta al mondo.
Ragazza di famiglia del ceto medio, ora idolo dei fan e simbolo per molti. In pochi anni ha sbaragliato le classifiche mondiali. Viene chiamata anche bambina prodigio da alcuni perchè con il suo fascino innocente e lo stile nel ballare e cantare ha sorpreso tutti. Impossibile da imitare.

Con i suoi 30 anni Shakira ha già vinto molti premi tra cui Grammy e MTV Video Awards.
Qui di seguito il testo di uno dei suoi brani tratto dall’ultimo album Oral Fixation vol II, creato subito dopo la fine del suo ultimo tour mondiale nella sua casa alle Bahamas, intitolato “Something”.

SOMETHING

Quand tu
Quand tu me prends dans tes bras
Quand je regarde dans tes yeux
Je vois qu’un Dieu existe
Ce n’est pas dur d’y croire

Before I met you I wasn’t terribly lucky
Every Prince Charming lost charm after twelve
But then you came and made the past look so funny
Put my old sadness to sleep on a shelf

If this was meant to be
Don’t condemn me to be free
And even if we never marry
I will always love you, baby
Childishly

‘Cause something
You’ve got something I can’t resist
Things are what they will be
When I look into your eyes
They say to me that God still exists

And there’s something
You’ve got something I can’t resist
Things are what they will be
When I look into your eyes
They say to me that God still exists
You make me believe
You make me believe

I love the temperature and smell of your body
The shape of your lips and the size of your nose
I love that everything you say is so funny
Plus you’re the best kisser that I’ve ever known

You see the way I am
Without make-up, without clothes
And you accept me like nobody
And I will always love you, baby
With eyes closed

‘Cause something
You’ve got something I can’t resist
Things are what they will be
When I look into your eyes
They say to me that God still exists

And there’s something
You’ve got something I can’t resist
Things are what they will be
When I look into your eyes
They say to me that God still exists
You make me believe
You make me believe

Quand tu
Quand tu me prends dans tes bras
Quand je regarde dans tes yeux
Je vois qu’un Dieu existe
Ce n’est pas dur d’y croire

There’s something
I believe…

There’s something
I believe…

There’s something
I believe
I do

You make me believe…

… Je te desire …

Fulvio Greggio

Passione

Passione 24.12.89

La voglia e il desiderio di…
soffocarti
annullarti
perdermi e poi ancora…

volerti, accarezzarti, stringerti, baciarti
distendermi con te…

librarsi, abbandonarsi, spaziare
ricongiungersi a te
per poi fuggire…

… qual mare in tempesta
lo guardi, lo ammiri
e ti attrae
per il suo impeto
la sua forza devastatrice…

e tu vuoi esserci,
fuscello in mezzo alla tempesta…

Sai che finirà
e la sua calma
e la sua dolcezza
ti culleranno
ti conforteranno
fino alla prossima tempesta

Alberto Coretti

– (uno stato d’animo
… tumultuoso …
come il mare in tempesta) –

Terre di confine – prima parte

Terre di confine
interland milanese
“quadro di un’esposizione”:
“increAzioni progetto terra-acqua”
brugherio settembre ottobre 2000

(scritto in occasione della
mostra increAzioni)

da un lato la strada: movimento
veloce intermittente tra alberi,
convessità del terreno e percorsi
umani
?
periferia
banlieue
zona limitrofa
cintura
?
o semplicemente luogo
di transizione
di un’epoca che lascia i suoi
segni ovunque

Un tempo campagna abbandonata per concentrazioni urbane che oggi si ridilatano assoggettando sistematicamente ai propri schemi tutto ciò che incontrano. Qui però non si respira del tutto la desolazione periferica delle grandi metropoli postindustriali, più visibile in altri paesi o da certi percorsi trasversali ferroviari e autostradali (umani?), o ancora, più interna alle metropoli stesse “per contr/addizione” o distratte sovrapposizioni consecutive.

Si intravede cioè una specie di resistenza ad una trasformazione totalizzante, funzionale ma troppo spesso speculativa, omologante, che in italia ha trovato opposizione anche nell’abitudine a dover fare i conti quasi ovunque con realtà artistiche delle più disparate (o disperate”?”) epoche.

Quartiere dormitorio ma non proprio dunque, dove il decentramento come idea di contemporaneità contrapposta al centro: di controllo, di potere: economico, religioso, vorrebbe rincorrersi democratico oltre che speculativo (e/o ulteriore affermazione di un “potere del centro” a cui tutto dovrebbe sottomettersi, più gerarchico che
utilmente funzionale).

Luoghi che iniziano appena ad interagire con una propria identità con i vecchi progetti. Disegni di un passato remoto o prossimo che, realizzati o meno, risultano ascrivibili a realtà da troppo tempo condizionanti, riferimenti ormai fin troppo percorsi.

Crisi ed indizi di un superamento, come se ad un tratto ci si accorgesse che non esiste un aut aut applicabile a tutto ma che talvolta possono e devono convivere realtà differenti, parallele.

Qui l’opposizione ad una sistematizzazione completa è visibile non tanto nella struttura urbanistica che non viene messa in discussione alla radice ma tra le maglie di questo stesso sistema urbanistico non contraddetto. Nella presenza di spazi più ampi tra i vari stabili e aree commerciali, nella cura che, oltre ad essere maschera, puro decoro difensivo restituito ad una società aggressiva che lo esige, talvolta emerge tra i balconi nella semplicità di una
soluzione, nel particolare che infrange un “voler essere sempre altrove” della vecchia campagna svuotata e reinvasa permane ciò che si è sottratto alla storia nel ritmo assorto, quasi riflessivo, in un “senso proprio”, ancora percepibile, di un luogo, anche ma non del tutto, di “passaggio-parcheggio”.

Il ritmo assorto, si potrebbe dire saggio, di chi per troppe generazioni ha subito e deve ancora-e-sempre trovare un modo per sopravvivere caricandosi del peso di una realtà speculare a qualcosa che non sempre lo riguarda ma lo identifica.

Contraddizione da sempre giocata tra l’inconscia umiliazione dell’esiguità di un compenso troppo spesso misero e l’unicità di tempo e contenuto di una vita; tra un passato in cui alla totale disponibilità richiesta corrispondeva l’usa e getta di intere generazioni (date in pasto a guerre, povertà, ignoranza, ristrettezze).

Questi in ogni caso sono i margini ristretti che attestano questa resistenza: la volontà concreta, appena leggibile, tra mille messaggi contraddittori, di sottrarsi allo stress biologico a cui è sottoposto l’uomo contemporaneo (e non solo). Nei limiti cioè di un leggero scarto temporale al ritmo imposto o nei tentativi appena percepibili di sottrarsi all’appiattimento della pura obbedienza. Solo indizi ma centrali. Non è infatti l’esiguità di concretezza nel denunciare un problema a dover essere giudicata come irrilevante, quanto la necessità umana che questo rappresenta.

Soprattutto quando la portata di un’altra concretezza schiacciante, quella di un intero sistema, rende quasi illeggibile
ogni opposizione.

– continua –

Paola Zorzi

Quell’ultimo ponte di Cornelius Ryan

Cronaca degli eventi relativi all’operazione “Market-Garden” (Mercato dei Fiori).

L’invasione dei Paesi Bassi condotta dagli Alleati, a partire dal 17 Settembre 1944, con il più grande dispiegamento di truppe aviotrasportate della storia, raccontata da tutti i protagonisti attraverso una ricostruzione cronologica dei fatti che diventa via via sempre più avvincente.

Market-Garden è una storia nella storia: essa va inquadrata nel contesto degli scontri che gli Alleati sostennero immediatamente dopo lo sbarco in Normandia (dello stesso Autore “Il giorno più lungo” trasposto in un celebre film) e dello sfascio che colpì le armate tedesche in rotta verso i confini germanici.

Gli Alleati, a loro volta stremati da un inseguimento combattente lungo oltre 600 km e protrattosi per tre mesi, non approfittarono totalmente della possibilità di braccare le truppe tedesche fin dentro i confini del Reich, terminando la loro rincorsa con la conquista di Anversa e del suo porto.

Dei giorni che precedono l’avvio di Market-Garden vengono riportate tutte le voci e le testimonianze, dal Maresciallo Montgomery al Comandante in Capo Eisenhower per la parte Alleata e del Feldmaresciallo Von Runsted e dei Generali Model, Bittrich, Student ed Harzer per quella tedesca.

L’iniziativa aveva come obiettivo la conquista dei canali che, attraverso la campagna olandese, conducono oltre il Reno e quindi, dritto nel cuore economico della Germania: la Ruhr.

L’operazione si conclude però tragicamente ad Arnhem, dove i parà inglesi, dopo una resistenza di otto giorni contro i due previsti dal piano originale, devono soccombere alle truppe tedesche che si sono prodigate in una disperata difesa dei loro confini.

Gli storici concordano che in Normandia il numero dei caduti Alleati, nei giorni e lungo tutto il teatro operativo dello sbarco, si sia aggirato sulle 12.000 unità.

Durante l’operazione Market-Garden i caduti Alleati furono circa 18.000 sui 35.000 paracadutisti americani, inglesi e polacchi che presero parte alle operazioni belliche.

Le conseguenze più amare della sconfitta furono pagate, durante l’inverno successivo, dalla popolazione civile olandese che subì grandissime rappresaglie.

Il libro termina con una citazione del Principe Bernardo d’Olanda, all’epoca poco più che ventenne, che recita: “Il mio Paese non potrà pagarsi mai più il lusso di una vittoria di Montgomery”.