L’ultima sposa di Palmira, di Giuseppe Lupo

“Vi dirà tutto”, ha promesso mastro Gerusalemme, “a patto che avrete pazienza”. E si è messo a raccontare di quanto il paese non esisteva ancora e qui intorno era solo terreno incolto, gualchiere e valloni selvatici, cespugli di malva e di vitalba che la tramontana riduceva a deserto. La giovane antropologa Pettalunga – armata solo di passione di studiosa, e di fardelli di solitudine esistenziale – ripercorre le tracce delle vite degli abitanti di un paese quasi morto, che neanche le cartine geografiche hanno mai conosciuto. Si tratta di Palmira, al centro di un cratere che sorge dove prima c’era “una cartolina di paesi”: si tratta del territorio fra Basilicata e Irpinia più devastato dal terremoto, ridotto ormai a “una necropoli a cielo aperto, un purgatorio senza Dio”, fra le cui macerie si sta ancora scavando. Inizia così il bel romanzo di Giuseppe Lupo L’ultima sposa di Palmira , premio Campiello 2011, che ci mette in scena sotto gli occhi, dalle voci degli ultimi sopravvissuti, la saga di una comunità estinta eppur viva nei ricordi dei tenaci che ancora abitano il paese. Nonostante la devastazione, infatti, c’è un’ultima donna che deve ancora andare in sposa, in paese, Rosa Consilio, ultratrentenne (età tarda per le donne da marito, in paese) ostinatamente chiusa nelle sue case e caparbiamente corteggiata dai familiari del suo spasimante, Celestino. A lei Mastro Gerusalemme – che rifiuta di traslocare dalla sua bottega nonostante le minacce dei carabinieri – sta già preparando un armadio di noce massiccio che le ingoierà il corredo e che già puzza di morte. Il paese ha un curioso nome di donna, Palmira, donna prematuramente scomparsa in cui onore il Patriarca Maggiore fondatore (dieci mogli tutte morte di misteriosi mali, quaranta figli all’attivo) volle intitolare il borgo. Senza il consenso di Patriarca “non si stringevano matrimoni, non si contrattavano affitti…nessuno affrontava viaggi per le terre d’oltremare o partiva a caccia …

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