Pier Vittorio Tondelli, un ragionamento personale e onesto a vent’anni dalla morte

Pier Vittorio Tondelli è morto da vent’anni e noi ci ritroviamo, come a ogni anniversario di qualche scrittore importante, di quelli che han lasciato il segno, a ripensare ai suoi scritti e al suo ruolo nelle patrie lettere. Ma a differenza di altri autori, per lo scrittore di Correggio il discorso è decisamente più interessante. Certo, perché Tondelli non è un Calvino, personaggio amato (a volte fino all’idolatria) dalla maggior parte dei lettori. E non è neppure un Pasolini, mentore intergenerazionale, adorato da molti, attaccato da alcuni ma mediamente sempre rispettato come un grande. Tondelli è diverso, è sempre stato un personaggio per così dire borderline: o lo si ama alla follia, o lo si detesta. Io, francamente, mi annovero nella schiera di quelli che lo ha sempre detestato, ma non tanto per quello che ha scritto – che può non piacermi, ma che non può certamente scatenarmi l’odio – piuttosto per quello che ha decretato, vale a dire per quell’onda anomala di scrittori e scritture che le storie della letteratura rubricheranno probabilmente come post Tondellismo. Tra la metà degli anni novanta e i primi anni 2000 – almeno nella mia percezione di studente e di appassionato lettore – quell’iperrealismo linguistico sdoganato da Tondelli sembrava essere l’ingrediente necessario, se eri un ragazzo, per scrivere. Parolacce, bestemmie, sesso e droga spinti all’eccesso sembravano gli unici ingredienti che potessimo usare, noi piccoli under 25, …

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